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rParagrafo 5 . Dall'uno al molteplice e dal molteplice all'uno.
     
Introduzione.

La  narrazione  poetica  o  storica parla  di  individui,  di  enti
determinati; la riflessione filosofica si riferisce - come  abbiamo
visto - ad astrazioni, a enti in quanto enti; si tratta di pensare,
ad esempio, l'uomo (l'umanit) come qualcosa di diverso dalla somma
di tutti gli uomini, passati, presenti e futuri: quando affermo che
l'uomo   mortale, non parlo di nessun uomo determinato e al  tempo
stesso mi riferisco a tutti gli uomini.
     L'astrazione, come risulta da quanto abbiamo visto fino a qui,
nasce dalla negazione dell'unit indifferenziata caratteristica del
mito,  all'interno del quale sono posti sullo stesso  piano  (nello
stesso  Ksmos) umano e divino, eterno e mortale. Una  volta  rotto
quel  tipo  di  unit, la riflessione filosofica  si  lancia  nella
ricerca  di una nuova unit in grado di soddisfare le nuove istanze
della ragione.
     Parmenide   arriva   alla  conclusione  che   l'unica   verit
incontrovertibile  data dall'Essere, pensato con i suoi  attributi
di  unicit,  eternit,  indivisibilit,  eccetera;  per  Eraclito,
invece,  l'essere , in quanto continua trasformazione, susseguirsi
ininterrotto di enti determinati.
     Le  conclusioni di Parmenide soddisfano pienamente le  istanze
logiche   della   ragione,  come  il  rifarsi  di   Eraclito   alla
trasformazione  delle cose mette in evidenza  un  dato  altrettanto
incontrovertibile della realt: il divenire.
     La  filosofia,  a  partire dal quinto  secolo  avanti  Cristo,
oscilla  fra queste due evidenze e cerca di definirne il  rapporto.
Quando,  nel  quarto  secolo, Aristotele si assume  il  compito  di
individuare il rapporto fra la caratteristica dei diversi enti - la
sostanza  -  e  l'essere, riconosce alcuni  meriti  a  un  filosofo
agrigentino del quinto secolo: Empedocle.

Empedocle.
     
Empedocle si esprime in versi, come molti filosofi arcaici; secondo
Aristotele  il  suo  linguaggio  non    scientifico,  anzi     un
"linguaggio  di  balbettante",  eppure  "tenendo  conto   del   suo
ragionamento"  gli si devono riconoscere dei meriti  rispetto  alla
ricerca delle cause prime.(80) A conclusione del primo libro  della
Metafisica,  Aristotele  insiste sul fatto  che  la  filosofia  dei
primordi  si  esprime  "con balbettamenti su tutti  i  problemi"  e
"persino  Empedocle" non si differenzia dagli  altri.(81)  In  quel
"persino" sembra esserci un apprezzamento particolare.

La paura del vuoto.
     
"Natura abhorret vacuum" ("La natura ha orrore del vuoto").  Questa
frase    attribuita  a  Descartes  ed  esprime  uno  dei  concetti
fondamentali del pensiero aristotelico,

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ma  trova la sua prima formulazione in Empedocle: "Nel Tutto  nulla
vi  di vuoto"(82).
     Per  Empedocle non c' spazio per il nulla: tutto deve  essere
pieno  di  "cose",  una  accanto  all'altra,  senza  soluzione   di
continuit; se aspiriamo l'aria da una cannuccia immersa nell'acqua
ecco che questa prende immediatamente il posto dell'aria aspirata.
     Il  Tutto quindi si presenta come unit compatta, tutta piena,
di  forma sferica, perfetta e immobile, assolutamente infinita.(83)
Eppure  al  suo  interno  si  verifica  un  continuo  movimento  di
elementi: ad esempio l'acqua che occupa il posto dell'aria.

Il divenire.
     
La perfetta forma della sfera e la sua unit e omogeneit ricordano
l'Essere  di Parmenide, ma Empedocle non pu negare il movimento  e
la   molteplicit   attestati  dai  sensi.   E   cos   all'interno
dell'universo egli pone quattro radici (elementi originari  da  cui
si  formano  tutte  le cose): si tratta dei quattro  elementi,  gi
individuati da Anassimandro come caldo e freddo, asciutto e  umido,
e  destinati  a permanere in tutta la fisica antica: fuoco,  terra,
aria, acqua.
     In  un universo tutto pieno non c' spazio per la nascita e la
morte: se manca il nulla, il vuoto, da dove possono venire le  cose
che  prima non c'erano e dove vanno le cose che non sono  pi?  Ci
che  gli  uomini chiamano nascita e morte sono solo  "mescolanza  e
separazione" delle quattro radici che sono "immortali".(84)

Amicizia e Contesa.
     
Dai  processi  di  unione  e di separazione  dei  quattro  elementi
"nascono"  (Empedocle  mantiene il termine "nascere"  pur  avendone
negato   il  concetto)  le  singole  cose,  gli  enti  determinati.
L'aggregazione e la divisione degli elementi sono governate da  due
forze  che  agiscono  nell'universo:  Amicizia  (amore)  e  Contesa
(odio).
     L'Amicizia     esercita    una    spinta     all'aggregazione,
all'unificazione, e riconduce il molteplice all'unit; la  Contesa,
invece,  dissolve  l'uno nella pluralit delle cose.  Il  movimento
dall'uno  al  molteplice  e  dal  molteplice  all'uno    continuo,
ciclico;  l'universo di Empedocle si presenta cos come  un  grande
organismo pulsante, ma sempre identico a s, perch al suo  interno
 impossibile che qualcosa si crei o si distrugga.

